Musica da giovani

Sono un ragazzo fortunato, come Jovanotti, con due differenze: la prima è che non ho tutti i tatuaggi che ha Lorenzo Cherubini, la seconda è che non sono più un ragazzo.

Però in effetti ho la fortuna di avere alcuni amici molto più giovani di me, gente fortissima con cui si chiacchiera, si cazzeggia e si scambiano pareri o idee musicali.

E anche playlist. Ultimamente me ne hanno passate alcune di artisti davvero interessanti. La cosa intrigante è ascoltarle con un orecchio rodato, attraverso cui sono già passati milioni di litri di musica. Si perché la musica si misura in litri, non in decibel. Quanti litri di musica hai ascoltato nella tua vita? E che tipo di musica era? Roba frizzante, energetica, punk come un Gatorade gasato? Cose tranquille, pezzi dolci che ricordano una tisana al finocchio sul divano in una sera d’inverno? Oppure solo musica italiana, che scende giù come un purgante potentissimo? (…oopss… l’ho detto…).

A volte ci si illude di aver già ascoltato tutto, di poter giudicare la musica nuova con categorie vecchie e di essere in grado di catalogare facilmente il nuovo.

Ma non è così, per fortuna. Il milionesimo litro può avere una novità da portare.

Se non è spam, ovviamente.

Ecco allora delle impressioni su gruppi che forse non avrei mai conosciuto se non mi fosse stato passato da questi amici “sotto il milionesimo litro”

Pronti? Uno, due, tre: via!

The All-American Rejects

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](https://open.spotify.com/artist/3vAaWhdBR38Q02ohXqaNHT?si=E68jQai7ScqGSfvNLBrB_g&utm_source=whatsapp)

Nuova era, nuovo punk. Questi ragazzi americani sprigionano una energia pazzesca e sembrano una evoluzione dei Green Day. Un po’ più colti forse, un po’ più delicati. Si sente che hanno ascoltato Bruno Mars e più musica Folk. Mi piace questa versione 2k di riff punkettoni, pseudo-assoli, chitarre distorte e compresse che ti inondano con uno tsunami di potenza. Nel loro genere riescono anche a variare avventurandosi in sortite musicali che sgraffignano idee da stili più rock.

Da ascoltare assolutamente.

Carl Brave

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](https://open.spotify.com/artist/29nrwultxQ8jENVmXoyMqK?si=6BCJQHKzSEqUtRBg2tqBdA&utm_source=whatsapp)

Amarlo oppure odiarlo? Questo è il dilemma. I motivi per odiarlo sarebbero tanti. A partire dall’autotune, passando per gli hit-hat troppo elettronici, per concludere con i testi a volte banali che parlano di questi giovani depressoni, stanchi della vita, consumati da relazioni tossiche. Il problema è che anche i motivi per amarli sarebbero tanti: intanto sono Romani, e quindi ritrovo un linguaggio ed un immaginario a me familiare (“l’allarme del palazzo di fronte che non smette di suonare mentre penso a te”); i testi poi non sono affatto scadenti, riescono ad andare oltre il trinomio sesso-droga-soldi tipico della trap più becera; infine, trovo davvero interessante il fatto che i cantanti siano due voci, una maschile l’altra femminile, che si armonizzano davvero molto bene e dano senso sia alla musica che ai testi.

Insomma sono forti, ma purtroppo qualcuno li ha storditi con la trap quando erano ragazzini. E allora che dire? Che fare? Come valutarli?

Impossibile farlo. Quindi sospendo il giudizio ma mi sento libero di immaginare un futuro in cui, dopo esser tornati in sé stessi grazie ad un contro-brainwashing di ascolto di classici del jazz, Hendrix, Madonna e Rage against the machine, tornino sulla scena con sonorità più interessanti, in cui le macchine produci beat (i sequencer) siano a servizio del musicista e non viceversa.

Simple Plan

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](https://open.spotify.com/artist/2p4FqHnazRucYQHyDCdBrJ?si=ndiXYeGkQAmzTMnFUECDvw&utm_source=whatsapp)

Questi sembrano carini all’inizio, con quelle belle distorsioni dense, i coretti in falsetto, un ritmo preciso e incalzante. Ma bastano pochi minuti di ascolto per produrre un’orchite che nemmeno le iniezioni di antibiotici per cavalli riescono a tamponare e guarire. Materiale musicale anche bello, ma sentito e risentito.

Voto del pubblico: 7

Voto in uno stato d’animo contento o ordinario: 4, con diagnosi di probabile “orchite acuta”.

Voto quando sono triste: 10 e mezzo. Accentua la malinconoia e promuove l’assunzione di cibalgina a scopo antidepressivo. Col rischio di incoraggiare tendenze suicide inefficaci: cercare di affogarsi nel bidé o folgorarsi con le batterie del cellulare.

Rovere

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](https://open.spotify.com/artist/5epzSn98pqluCq6hyGu3ux?si=YX108RoeQJeph-f0ICXIiQ&utm_source=whatsapp)

Ohhooo, allora qui siamo davanti a qualcosa di interessante. Il sound è bello, ricorda molto i Pinguini Tattici Nucleari anche se meno esplosivo e a tratti più chitarristico e folk. I testi sono belli, con poche scivolate che si perdonano volentieri (“Volevi un principe e hai trovato un drago / mi hai chiesto una paglia ma ti ho dato l’ago”). La musica non si limita alla produzione elettronica, ma include chitarre anche acustiche e una batteria che sembra vera (o è il drummer di qualche DAW?) e dei giri di basso quasi funk. Il lavoro di produzione è evidentemente grosso, ma non snatura la musica.

L’ascolto di Rovere comincia male quando ci si accorge dell’autotune e della tanta elettronica, ma prosegue bene perché si sente che sotto alla facciata troppo pop ci sta un bel po’ di sostanza: musica bella, ragionata, ben prodotta, e testi che scendono sotto la superficie delle cose. E begli assoli di chitarra, che ci fanno sempre sognare.

Da ascoltare.

La breve rassegna è finita. Ma la musica no. Quella per fortuna continua ad essere prodotta a getto continuo. Sempre. Generazione dopo generazione.

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